C’è una cosa che questo Rallye di Monte-Carlo ha riportato alla luce, anche se continua a restare quasi sempre dietro le quinte: la passione – o forse la follia – di chi segue i rally.
Non si tratta soltanto delle notti insonni, delle strade chiuse tre ore prima, dei marshall o dei gendarmi che applicano protocolli rigidissimi e, diciamolo, spesso incomprensibili. La vera domanda è più semplice e più profonda: cosa spinge davvero a fare tutto questo?
Capisco gli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Non c’erano i social, non esisteva l’isteria collettiva dell’immagine. Il tempo libero era stare fuori, condividere, perdersi dietro a una prova speciale. Era normale.
Ma oggi? Oggi c’è un servizio che si chiama Rally.tv e che mostra tutte le prove speciali in diretta per appena un centinaio di Euro all’anno, e tu dal divano puoi apprezzare ogni attimo, ogni frenata, ogni dettaglio. In pantofole.
Oggi, se dovessi spiegare cosa organizza – e cosa vive – un appassionato che parte da più o meno ogni parte d’Europa per andare a Monte-Carlo a vedere tre giorni di gara, quattro prove speciali più o meno, chi non segue i rally penserebbe senza esitazioni che sia assolutamente folle.
Perché basta che un solo dettaglio vada storto e tutto il programma salta. Devi adattarti, reagire, improvvisare. Cercare una soluzione, giocarti l’asso nella manica. Trovare una strada d’accesso che non era segnata. Dormire in auto. Prenderti dei rischi. Camminare otto chilometri per poi, magari, doverti accontentare di guardare la prova da cento metri dietro una fettuccia invalicabile, arrivando meno di mezz’ora dallo start.
E poi, come quest’anno, nevica.
Fa freddo, quello vero. Vieni sorpreso da una nevicata che assomiglia più a una tormenta. La strada di montagna diventa un caos: venti centimetri di neve, camper fermi, catene che si rompono, piani che saltano. Devi trovare un letto, qualcosa da mangiare. Magari sei anche senza benzina, nel mezzo del nulla assoluto. Tutto questo diventa sopravvivenza, mentre in cuor tuo speri che quella neve non si sciolga così domani, magari, potrai vedere finalmente una prova speciale con il ghiaccio e le Rally1 che faticano a stare in strada.
Il rally è così: o lo ami, o non te ne frega niente. Ma seguire il rally non è semplice passione. È religione.
È spirito creativo allo stato puro. È fare tutto questo per apprezzare un gesto tecnico, una velocità, le skill incredibili dei migliori piloti del mondo su una strada che, anche in condizioni perfette, chiunque percorrerebbe a quaranta all’ora.
Questo aspetto è sempre stato raccontato troppo poco. Eppure è un valore enorme. È il cuore di tutto.
Perché le condizioni estreme del Monte-Carlo rendono l’evento eroico non solo per i piloti, ma anche per chi lo segue. E quando torni a casa con tre ore di sonno in tre giorni, bagnato, forse febbricitante, stanco morto, sei sicuro di una cosa: non lo rifarai mai più.
E allo stesso tempo sai che, alla prima occasione, affronterai tutto questo un’altra volta.
